Sebbene durante le fasi di erogazione del corso, l’interscambio umano dia, nella maggior parte dei casi, un feedback minute by minute sulla percezione dei contenuti da parte dei partecipanti, per chi ha affinato la sensibilità necessaria a coglierlo, il bilancio complessivo non può e non deve mai essere definitivamente positivo.
Affermare questo può apparire controintuitivo: è facile quanto misleading pensare che la soddisfazione stia nel raggiungimento della totale efficacia del progetto formativo, ovvero nell’induzione di un miglioramento radicale.
Si cerca quindi il “metodo assoluto”, il “modello-garanzia”, la “prassi passe-par-tout”, che assicuri l’efficacia totale del processo, cioè la piena trasmissione dei contenuti, la piena assimilazione dei concetti, la piena adesione di tutti i partecipanti al comportamento migliore.
Se da una parte il miglioramento del formatore è una caratteristica fondamentale della sua professionalità, dall’altra, la consapevolezza del non potersi dire mai arrivati, è l’altra faccia della medaglia: consapevolezza spiacevole, ma indispensabile elemento di umiltà e motivazione alla crescita.
Allo stesso modo, anche negli studi professionali, come il modello kaizen suggerisce, il cambiamento “migliore” avviene per piccoli passi, basati sulla capacità di autocritica, sul coraggio del cambiamento e sulla rottura dello status quo. Questi, per semplificazione, sono gli elementi su cui puntare per essere efficaci nel progetto formativo.
Qual è, dunque, lo spazio di miglioramento che consente di essere efficaci nel progetto?
Sentire il vuoto, saper cogliere quelle aree, talvolta nascoste, in cui si cela una discontinuità, un difetto di chiusura, in cui aprire un varco per introdurre una nuova visione e innescare un nuovo processo che sposti l’equilibrio esistente su un livello più sostenibile ed efficiente.
Far tesoro dell’esperienza quindi è un modo per dire che si progredisce solo se si metabolizza ciò che si è fatto e vissuto, cioè se l’esperienza specifica viene scomposta, riletta e riassemblata in modo da trarne indicazioni utili al miglioramento da intraprendere. La prova certa dell’efficacia, in conclusione, non è potersi dare una pacca sulla spalla e dirsi “che bravo”, bensì potersi riconoscere la capacità lucida di analizzare gli spazi di miglioramento e di considerarli la “sfida” individuale da superare nel progetto successivo. Poiché ad ogni gradino salito aumenta la visuale e si amplia l’orizzonte, così l’assimilazione di un cambiamento è funzionale alla possibilità di un miglioramento successivo. L’effetto rebound della formazione sul formatore è l’apprendimento pratico ed esperienziale che il cambiamento può essere continuo, ma graduale.